Sebastiano Mortellaro / Stefania Zocco
a cura di Francesco Lucifora e Aldo Taranto
3 - 25 Aprile 2010
Galleria Civica d’Arte Contemporanea Montevergini Siracusa
I due artisti hanno lavorato, per alcune settimane precedenti la mostra, all’interno di Montevergini, e la loro azione, ripresa in video, è stata visibile in simultanea da un monitor posto all’esterno del museo. Per le riprese sono state utilizzate le telecamere a circuito chiuso e una telecamera mobile. L’intervento sul sito, finalizzato a restituirlo alla sua funzione e dignità, si è caratterizzato quale dispositivo di riflessione sull’uso e il valore del museo d’arte contemporanea in quanto luogo di emanazione di idee riferite al tessuto sociale: una riflessione non unicamente teorica, tra arte e esperienza.Intervenire sul sito ripulendolo dai detriti e riaprendo percorsi ostruiti, è stata un’operazione, svolta con gli strumenti dell’arte, sul concetto di contesto. Il carattere aperto del lavoro dei due artisti – aperto in più sensi, anche nella scelta di mediarlo attraverso una visione simultanea all’esterno – ha marcato il loro faccia a faccia con il sito considerato essenza stessa dell’opera.
I video, durante la mostra, sono stati presentati attraverso quattro monitor disposti in diversi punti del museo in una sorta di “doppio canone rovesciato”.
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Se la vera critica è una critica del reale da parte dello stesso reale, il tentativo di restituire dignità e funzione a Montevergini è un’operazione critica. Sebastiano Mortellaro e Stefania Zocco in “Primo intervento” realizzano in uno spazio istituzionale degradato un luogo di discussione in confronto con la realtà. Invece di riempire di opere lo spazio, lo smontano. Smontano uno scenario di macerie e interdizioni per ricostruirlo nuovo, per mettere alla prova condizioni più convenienti.
Così come il materiale del sogno non è separato dal suo significato, allo stesso modo il commento non lo è dalla realtà: i materiali video non stanno in rapporto all’opera come sottotitoli posti fuori campo, ma in quanto commento produttivo e simultaneo di azioni e mutazioni. “Primo intervento” è in questo senso un format, un format di rappresentazione e di lettura di Montevergini in sé: non un posto in cui entrare ed esporre la propria arte come processo finale di un’operazione esterna, ma luogo di produzione, di produzione di significati nel suo darsi, in diretta.
Non dunque come riempire uno spazio, il problema, ma: come registrarne i mutamenti raddoppiandoli in commento simultaneo? Come mettere alla prova il confronto tra l’immagine e la realtà e farlo avvertire fuori, renderlo esterno?Come mettere faccia a faccia realtà e duplicazione?
Andando oltre l’aspetto polemico per lo stato d’abbandono in cui versa il sito, “Primo intervento” ribalta la concezione del museo-sede statica per metterlo alla prova rispetto a nuove situazioni e nuovi soggetti sociali. Montevergini è diventato in quel frangente un cantiere aperto per una moltitudine di visitatori di passaggio. Quanto avvenuto, è la dimostrazione che condizioni migliori producono risposte adeguate mentre “intervenire sui sintomi” produce solo aggiustamenti. La mostra ha tentato di tradursi in struttura riflessiva impostata su un dato nuovo: la disposizione all’intermittenza percettiva di un pubblico nuovo e transitorio.
Non tanto il recupero di un sito degradato per esporvi proprie opere, si voleva, quanto il recupero in sé come opera. Troppe “giacenze” e troppi “scarti” sono stati smaltiti, troppi per un museo d’arte contemporanea: rivelatore in negativo di quanti accumuli collaterali produca certa arte.
I due artisti con “Primo intervento” hanno messo alla prova criticamente il museo, la sua identità e la sua storia: in una dimensione continua tra retrospettiva e anticipazione il fulcro della levatura.

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